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December 30 *Verona o della Nebbia*Il freddo di dicembre a Verona entra nelle ossa più veloce che altrove: tutta colpa dell'umidità. L'umidità dell'Adige, certo – un fiume che già ricorda le grandi capitali europee del Nord - , ma soprattutto dei sospiri degli innamorati. Impossibile parlare di Verona senza cadere nel tranello del Romeo e Giulietta. Bisogna venirci a patti, che ci piaccia o no. E io non mi sono certo tirata indietro.
Infilandomi per la prima volta tra le strette viuzze veronesi, l'impressione è stata subito quella di una soffusa freddezza, come di un set appositamente allestito per far venir la voglia di sfidare i divieti, stappare un pennarello ed esibirsi in un io+te=forever dei più scontati, che vada a far compagnia agli innumerevoli altri già presenti sui muri, come per un copione già scritto. Come tutte le cose indotte, a me ha fatto l'effetto esattamente contrario.
L'amore, rigorosamente con la "a" minuscola, qui sa di essere fotogenico e non si fa pregare per mettersi in posa. Ma il romanticismo a Verona è come un modello annoiato e viziato dai troppi flash che di tanto in tanto smette quel sorriso forzato e chiama bizzosamente perché gli si rifaccia il trucco, si accende una sigaretta e sbuffa all'idea di ricominciare la sceneggiata a beneficio dei turisti arrivati qui per ammirarlo da tutto il mondo. Basta una veloce puntatina alla Casa di Giulietta per coglierlo in flagrante.
Ci arrivo piena di buoni propositi: e fa niente se quel balcone è stato messo lì durante i restauri del 1935, e fa niente se quella casa è stata abbinata a casaccio ad un personaggio immaginario. Mi aspetto almeno un po’ di suggestione, almeno quella che si può provare davanti al castello della Bella Addormentata a Disneyland. Mi aspetto che, nonostante tutto, naso all'insù verso quella piccola finestra, mi venga in mente il verso shakespeariano "E tu, balcone, fa' entrare il giorno e fa' uscire la vita" pronunciato da una Giulietta ancora calda d'amore. Invece, un disastro: quel piccolo cortile pieno zeppo di turisti che arrivano lì con l'unica missione di toccare il seno destro della statua della giovane Capuleti (la tradizione vuole che sia di buon auspicio nelle faccende amorose): le turiste giapponesi sono le più sfacciate: si lanciano senza tanti complimenti sulla parte incriminata resa lucente dalle continue carezze, la afferrano a palmo pieno, come un uomo che va di fretta e non ha voglia di preliminari, sfoderando il loro migliore sorriso da foto ricordo. Una dopo l'altra, a ciclo continuo. Davanti a questo spettacolo, un negozietto di gadgets propone tazze, mutande, giochetti firmati "Romeo&Giulietta". Scappo, letteralmente.
Tutto questo semplicemente per dire che: Verona può essere anche una bella città, NONOSTANTE Romeo e Giulietta.
Una volta liberati da questo fardello, ci si può rilassare e godersi davvero la città, divertendosi a scoprirne la vera personalità (ammesso e non concesso che ce l'abbia o, almeno, che ne sia rimasta).
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Piazza delle Erbe, dei Signori, Palazzo della Ragione e le Arche scaligere sono tutti concentrati in pochi metri (collegati dall'Arco della Costa, chiamato così perché vi penzola – inspiegabilmente - quella che probabilmente è una costola di cetaceo): se riuscite a tener fuori dal campo visivo le bancarelle piene di piccole arene di plastica e altre squisitezze, il colpo d'occhio sui colori degli affreschi allegorici delle Case Mazzanti è bellissimo. La cioccolata calda o il thè potete prenderlo in un caffè del Listòn, il grande marciapiede lastricato di piazza Bra' – il salotto buono della città - , ma già che siete da queste parti vi propongo una scelta alternativa: da piazza delle Erbe entrate in via Cairoli: sulla sinistra c'è un piccolo bar tenuto da due signore anziane; è il tipico bar senza la minima pretesa, con la luce al neon un po’ squallida e le tovagline colorate di incerato; "Provi queste tortine di riso: sono di giornata!", mi tenta una delle signore; "Vorrei ben vedere che fossero di ieri!", mi verrebbe da ribattere. Ma me ne sto zitta e addento il mio budino di riso, tutta avvolta di tenerezza e dalla sensazione di aver trovato uno dei pochi angoli veramente genuini e fedeli ai bei tempi andati di tutta Verona.
Tra i vari ponti, valgono una menzione speciale il Ponte scaligero – dal complesso di Castelvecchio - un po’ impacchettato dai lavori ma di grande fascino, soprattutto se visto da lontano, tra la nebbia, appoggiati alla gelida spalletta del Lungo Adige;
e il Ponte di pietra, di epoca romana, che porta nella parte della città chiamata Veronetta, sovrastata da una inaspettata collina, buona per passeggiate panoramiche. Piazza Bra' addobbata per le festività e i lungo Adige non hanno niente da invidiare alla migliore atmosfera parigina, soprattutto quando fa buio. Verona da' il meglio di sé quando la luce è poca, e i contrasti, le stonature si attenuano: come se il buio si inghiottisse tutti i tiranti, i cavi e i bulloni di questa grande scenografia, facendo apparire la città finalmente più sincera.
Il consueto pellegrinaggio di chiesa in chiesa qui regala interni ricchissimi e originali e senza dubbio meno scontati e più diversificati di tante altre città: dopo San Zeno – il quartiere in cui si trova è più "popolare" e meno patinato delle vie centrali e vi si può tirare un sospiro di sollievo – valgono la pena gli affreschi del soffitto di Sant'Anastasia e quella piccola perla romanica che è San Lorenzo; se dovete saltarne una, datemi retta, evitate il Duomo.
Ma veniamo alla fotografia. Gli scavi scaligeri sono sede del Centro di Fotografia Scavi Scaligeri, appunto, che propone importanti mostre fotografiche durante tutto l'arco dell'anno (una di quelle sedi espositive da tenere costantemente d'occhio, quindi). In questi giorni e fino all'8 gennaio è la volta di Retrospective two dell'inglese Michael Kenna. Una mostra ricchissima, non solo qualitativamente ma anche quantitativamente, che si snoda in un percorso suggestivo (e gelido, climaticamente parlando) proprio "dentro" gli scavi, sotterranei, tra stretti passaggi in cui le foto si dispongono senza che niente possa turbarle. Le immagini di Kenna appaiono rarefatte e impalpabili come sogni così profondi da aver dimenticato il colore. Caratteristiche, queste, probabilmente non così entusiasmanti per chi preferisca i contorni netti del Significato: ma senza dubbio vale la pena lasciarsi incantare dalla gratuità leggera di queste candidissime nebbie che proteggono isolati bagliori neri di mondo; immagini da guardare tralasciando la ricerca del particolare netto e tagliente, quasi ad occhi socchiusi, immaginando gli infiniti spazi di leopardiana memoria al di là di quel raffinatissimo Niente. E il naufragar m'è dolce…, è il caso di dirlo.
Queste immagini vivono prima di tutto di suggestioni e Poesia: difficile non lasciarsi incantare dal minimalismo etereo delle foto giapponesi, dalle livide luci dell'alba francese, o dai mulini della Mancha, significativamente intitolati Quixote's Giants – I Giganti di Chisciotte - , come a ribadire come qui si sia nel mondo della pura Immaginazione prima che della Realtà. E vivono di solitudine: la solitudine della Natura, certo, ma anche quella dell'Uomo; dell'uomo-Kenna – solitario e paziente cacciatore dai tempi lunghi e abilissimo stampatore – come dell'Uomo in generale, che troppo spesso dimentica l'importanza dell'attesa, perdendosi tutto ciò che di prezioso essa contiene.
dal sito di Michael Kenna
Una grande lezione della fantomatica e MaiTroppoRibadita "pre-visualizzazione", e un fascino infinito – specialmente per me, neofita nata col digitale – per le magie della camera oscura, che dopo questa mostra non ho potuto far altro che immaginare simile ad un oscuro laboratorio d'alchimista, dove l'infinito provare a trasformare il metallo in oro si risolve qui nel tentativo di rendere reale e visibile l'immagine sognata, viva all'inizio solo dentro di noi, mescolando sapientemente buio, argento e passione (con l'indiscutibile vantaggio, rispetto al XVI secolo, di potersi permettere di evitare scomodi patti col Diavolo).
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Tornando verso Bologna in treno, in due ore stemperate in una nebbia fitta che prima di insonnolire ragala dal finestrino scorci fuori dal tempo, tra solchi di campi arati e rami intirizziti, non posso fare a meno di pensare che la chiarezza, nel paesaggio come nella vita, non è mai necessariamente la condizione ottimale.
Nell'indistinto c'è più spazio per il sogno, e tutto quello che non va si nasconde più facilmente.
** Il fatto che questo intervento sia stato a sonnecchiare pigramente dentro il mio pc per un po’ – il viaggetto risale al 15 e 16 dicembre – mi ha dato assai da pensare, e mi ha fatto arrivare alla conclusione che io e Verona, alla fin fine, ci siamo parlate ben poco. Come sempre, ho cercato di darle la massima attenzione, attenta a cogliere ogni bisbiglio che riuscisse a bucare quella spessa coltre di nebbia che, metaforicamente e non, ci divideva. Ma non ci siamo piaciute. Ho deciso di inserirlo ugualmente "in archivio" semplicemente perché, oggettivamente, Verona è una città interessante, anche solo per questo suo gelo confuso e impenetrabile. E perché è valsa la pena vederla, fosse anche solo per dire, appunto, "non ci tornerò più". Quindi eccolo qui: un resoconto "con poco cuore", ma proprio per questo in linea perfetta con ciò che la città mi ha – o non mi ha – trasmesso.
Nei prossimi giorni mi aspetta una "piccola sfida": scovare l'anima di Milano, tra McDonald's e boutique d'alta moda…e, considerati gli undici gradi sottozero di questi giorni (e gli altrettanti gradi sottozero dei milanesi!), sicuramente ci sarà da divertirsi ;-)
December 24 Auguri!!! :-)
Buon Natale!
Il più magico, misterioso, sereno (e meno ipocrita) possibile!
Sere. December 20 *casa*Dietro la curva la ritrovo,
ancora c'è, la casa, non crollata, bruciata.
E' vecchia più di me,
la rinnovai quand'ero anch'io nel tempo del rinnovo.
Crollasse non mi morderei le mani
e non imprecherei di stare senza.
Sono in tempo a viandare,
bagaglio scarso ribussare a porte,
non possedere chiavi.
Devo questo alle storie, di bastarmi,
pur'io bastare a loro.
Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela
l'inchiostro nella penna.
E' stata la porzione a me assegnata,
eredità che non si può ricevere o lasciare.
Di questo sono fatto, di pagine sfogliate
e poi riposte.
Erri De Luca December 11 *cosedell'altroMondo*Se mi avessero chiesto di immaginare la frase più impossibile rivolta a me che sarebbe potuta uscire dalla bocca del mio papi, la frase sarebbe stata questa (che è poi la stessa che mi sono sentita dire per telefono 10 minuti fa):
"Stai tranquilla, che quando torna il babbo ti porta una sigarettina…"
….cioè dai, cos'è successo al mondo? Che rivoluzione è mai questa? Babbo ex fumatore incallito, che mi ha sempre fatto due palle così perché fumavo, mettendomi in croce peggio che se avessi derubato una banca, che con voce tenera mi tenta (demonio!) e mi rassicura promettendomi di tornare a casa con una 'sigarettina' tutta per me…. …e il bello è che io ho anche cercato, debolmente, di oppormi: "Ma no pà…dai…son già tre giorni che non fumo….non vorrei rovinare tutto….dai pà, forse ce la faccio….forse tra un po’ mi calmo…" Ma lui niente: inamovibile!
Da tutto questo io desumo che
devo fare veramente PAURA in questi giorni! Devo essere una specie di Incredibile Hulk!
E va bene, ok, mi voglio fidare….Forse smettere l'antidepressivo, smettere di fumare, ricominciare a studiare dopo due anni con la prospettiva di due esami alle porte….sì ok, forse è troppo tutto insieme….forse rischio davvero l'esplosione…anzi forse sono già un po’ esplosa…
Sì. Mi sa che faccio proprio paura
December 08 *insonnia*Uff....me l'ero dimenticata, l'insonnia. Le 4.30. Uffa. Sì, me l'ero proprio dimenticata, l'insonnia.
Ma: oggi - ieri - ho fotografato il mio canone addormentato in uno spicchio di Sole. E credo possa bastare. Sì.
(thanx SO much to rubens x il provvidenziale restyling!!)
Il fatidico mercoledì intanto è passato, ma è quasi come se non lo fosse. Ha fatto il furbo, mi è passato tra le gambe furtivamente, che quasi non me ne sono accorta. Mi sono imposta di pensare che in fondo sia meglio così. Che talvolta la Vita ha voglia di parlarti, faccia a faccia, e lo fa in questi modi strani, che sono l'unica maniera che conosce. Ho cercato di ascoltarla, per quanto ho potuto, senza incazzarmi come al mio solito. E mi tengo stretta l'illusione che abbia voluto dirmi di alzare la testa, e di farle vedere di che stoffa sono fatta, adesso. Se sono fragile come rami secchi, o se ho abbastanza linfa nei pensieri da non spezzarmi così facilmente. Spesso la Vita te li dà, di questi sonori calci in culo. Certo: sa fare di meglio. Ma voglio credere che anche questo, mio, sia un mettermi di nuovo alla prova solo per il piacere di vedermi, poi, più solida, infinita come sento di poter ancora essere, camminare di nuovo da sola (e stavolta per davvero). Un pò come fanno gli animali con i cuccioli. Un comportamento apparentemente crudele, che nasconde un amore senza compromessi. Basta saperlo cogliere. Basta non averne paura.
*Buongiorno* (sarà un pò presto per fare colazione? ;-)
December 05 *buio*Chissà se la vera Forza sta
nell'afferrare vittorie
o
nel non lasciarsi travolgere dalle sconfitte
Aspetto che arrivi mercoledì come si può attendere una scintilla di luce in un buio duro come roccia, paura come fumo denso che toglie spazio all'aria e alla vita. Che toglie spazio a ME. Non avrei mai voluto provarlo di nuovo sulla mia pelle. Tutto, ma non questo.
December 02 *ASTINENZA*Giornata di astinenza. Non da nicotina, ancora. Troppo presto, sono solo al mio primo giorno della famosa 'settimana' preventiva. No, due astinenze di tutt'altro genere, oggi. Una, inaspettata, faticosa ma bellissima: astinenza da foto. Incautamente rimasta senza schede di memoria per la mia Bimba per qualche giorno, patisco il vedermi sfuggire dagli occhi ombre, prospettive, colori marginali. Ne avrei bisogno come si può aver bisogno di parlare. Quasi che, insieme alle immagini, mi sfuggano tutti quegli stati d'animo caotici che appesantiscono queste difficili giornate, e che avrebbero tanto bisogno di venire alla luce, letteralmente, per farsi meglio comprendere, e quindi affrontare. Sono stanca. Vorrei parlare solo attraverso la luce. Vorrei tradurre. Indagare. Ma come fare, se i miei pensieri non hanno occhi? Eppure resta pur sempre una bella sensazione: significa che la fotografia mi sta entrando 'sotto pelle', che comincia a far parte di me, come una lingua straniera con cui impari piano piano ad esprimerti come vorresti, con cui finalmente riesci ad 'esistere': e chiedi acqua, chiedi cibo. Chiedi aiuto.
Mi riconosco per la prima volta in una famosa frase di Cartier-Bresson. E mi piace. Mi piace da matti :
" Per me fotografare è un modo di capire. E' un grido. Una liberazione. Non si tratta di affermare la propria originalità; è un modo di vivere "
L'altra astinenza, invece, è più cattiva. E' un'astinenza che affonda in quel passato di cui parlo malvolentieri, la mia nuvoletta fantozziana che c'è, ancora, solo un po’ più in disparte. Ma ancora non si è fatta Sole. Io ci speravo, e invece no. Il mio raffreddore dell'anima, lo chiamavo. Tentai di farcela da sola, ma non bastavo. Più mi scuotevo per farcela, più mi prendeva con sé, mi toglieva al mondo e a me stessa, mi obbligava a parlare una lingua di gesti disperati che nessuno capiva. Convinta ogni volta che il minuto successivo mi avrebbe sopresa pazza, la invocavo quasi come una liberazione, e invece la pazzia non arrivava mai, e restavo come paralizzata nel mezzo a questa bastarda lucidità. Era come guardarsi morire, con le mani legate, senza potersi salvare. E anche adesso che ne scrivo, come qualcuno già sa, combatto con il ridicolo che provo a voler dare voce ad un dolore che non sapeva parlare allora come non può farlo adesso, che si limitava a contorcersi su se stesso, sempre più stretto, sempre più impenetrabile. Ricordo bene il primo mese di cura: ricordo bene il corpo incazzato che ancora si ostinava a volercela fare da solo. Io no, non più almeno. Lui invece ancora combatteva, si ribellava, voleva fare di testa sua. Per questo rifiutava ostinatamente questo 'aiuto esterno'. Poi si abituò. L'assuefazione fu più forte di lui, che docilmente smise di dibattersi e lasciò che la cura mi insegnasse di nuovo la Vita. Adesso mi ritrovo come chi, dipendente da una stampella per un anno intero, è arrivato al momento fatidico di lasciare la presa, di mollare quel sostegno estraneo, per vedere se può camminare anche senza. E sente che le gambe tremano. E sente che sta cadendo. E sente che quel sorriso fiducioso regge a malapena. Di nuovo. E' come uno schiaffo che non ti aspetti, che ti arriva di colpo mentre stai ancora ridendo.
Questo blog è nato proprio quando ne stavo uscendo. Forse per questo ho deciso di scriverne, oggi, forzando una tacita regola che si era imposta da sola. Ora, non voglio tornare indietro. Non posso. Dovrebbero inventare una legge che lo vieta. Questo post DEVE essere una parentesi. Una inevitabile scossa di assestamento. Non voglio smettere di essere 'io', di nuovo. Non voglio aver voglia di nascondermi dove nessuno possa più trovarmi, io per prima. Rivoglio la mia piccola Forza. Rivoglio le mie mani buone. Rivoglio indietro il mio sorriso infinito. December 01 *Stavolta faccio sul serio*
La prima sigaretta l'ho messa in bocca a dodici anni. Ora ne ho 26. Fate un po’ voi i conti.
Ci siamo. E' l'ora. Sì. Decisamente. E' proprio l'ora.
Questo il mio 'Decalogo', tra il serio e il faceto, da seguire scrupolosamente. Magari prima o poi potrà far comodo a qualcuno – oltre che a me – quindi, eccolo qui. Messo agli Atti. E poi, un impegno preso 'pubblicamente' si aggira con minore leggerezza. Che strana creatura, la Coscienza.
1) Decidersi. Una volta per tutte. Seri. Determinati. Basta prendersi per il culo da soli. Basta gloriarsi dell'essere riusciti a smettere innumerevoli volte (seppur con il beneplacito di Oscar Wilde). Stavolta è quella giusta. Una piccola 'sfida' contro il nostro più acerrimo nemico: noi stessi. Se queste premesse non sono salde, tanto vale non provarci nemmeno. E in tal caso si prenda atto del fatto che siamo comandati a bacchetta non dal nostro cervello e dalla nostra volontà, bensì da un cilindretto di carta e foglioline essiccate. L'importante è saperlo, di che pasta siamo fatti.
2) Scegliere una data. Non necessariamente 'oggi'. Sceglierla, con la certezza però che sarà quella. L'ideale sarebbero i classici '7 giorni': abbastanza per abituarsi all'idea, per scivolarci incontro con delicatezza e calma; non abbastanza per dimenticare che cavolo ci eravamo prefissati di fare in quella data. Aprire l'agenda, sfogliare il calendario, e farci un bel cerchio colorato intorno. Bello ampio, che si veda. Bello colorato, che ogni volta che lo guarderemo in questi 7 giorni non ci trasmetta un'angoscia pazzesca ma un senso di 'nuovo inizio', di positività. Sono ammessi fiorellini, palloncini, faccine sorridenti, e qualsiasi altro elemento decorativo. Esageriamo.
3) Compilare la fantomatica lista dei Pro, metodo antico ma sempre efficace. Il vero fumatore però solitamente se ne strafrega della voce 'Salute', e di tutte le altre eventuali. Allora, puntiamo sull'economia. Facciamo due calcoli. Facciamo i venali. Quantifichiamo. Quanto risparmierò in una settimana? E in un mese? Una volta arrivati al risultato, ripetiamo il rito del cerchio colorato. Usciamo a comprarci un bel salvadanaio – meglio di quelli senza tappo, quelli che non ti inducono in tentazione perché per prelevarne il contenuto devi mandarli in frantumi; io opterei per il classico maialino: mette allegria – e mettiamolo in bella vista, sulla scrivania, sul comodino. Inventiamoci un posto d'onore. Quello sarà il nostro scrigno magico, il 'pozzo dei desideri' dove confluiranno tutti gli euri che normalmente avremmo letteralmente 'mandato in fumo'. E che adesso finalmente potranno ambire ad una destinazione più dignitosa e appagante, a seconda dei gusti. Imponiamoci di infilarci metodicamente ogni singolo euro 'salvato' e teniamo una piccola contabilità autocelebrativa.
4) Una volta decisa la data, compilare una tabella di marcia che tenga conto della graduale diminuzione del numero di sigarette giornaliere durante i giorni che ci separano dal BigOne. Questa, ovviamente, varierà in base all'incoscienza del singolo fumatore: io, partendo dall'alto delle mie circa 20 bionde al dì, farò un gran salto a 10 già dal primo giorno, per poi calare a 7, 5… fino a quell'Unica da fumare l'ultimo giorno (si veda il punto 5). Consiglio l'ausilio di crocioni ammonitori, che ci ricordino quante ce ne rimangono da fumare nella giornata: vietato sgarrare, fosse anche solo di mezza. Come se ne andasse del nostro affumicato Onore. Insomma, non facciamo gli eroi (tanto sappiamo bene di non esserlo, se abbiamo continuato a fumare fino ad oggi).
5) Ecco, ci siamo. C'è poco da fare, il calendario non mente: siamo arrivati all'ultimo giorno: quello dell'Ultima. Ok, calma. E' un momento che merita tutta la nostra attenzione, tutta la nostra reverenza (proporzionale agli anni e alle grandi e piccole sventure esistenziali che ci hanno visti sbuffanti nuvolette grigie con aria da poeti maledetti e con un fascino che, certo, ci mancherà. Inutile far finta di no). Concediamoci qualche minuto di pathos, che stavolta ce lo meritiamo dai. Scegliamo attentamente il momento della giornata: meglio se da soli, meglio se in un posto che da sempre è il 'nostro posto', meglio se con un bel tramonto davanti, o comunque qualcosa che ci faccia sembrare i protagonisti di un film impegnati nella nostra Scena Madre. Rilassiamoci. Prendiamola tra le dita. Non accendiamola subito. Giocherelliamoci, come eravamo solito fare prima. Soppesiamola nel palmo, carezziamola piano. Tanto, che siamo un po’ matti è già di dominio pubblico. Fumiamola lentamente, socchiudendo gli occhi e con in mente Alti Pensieri, e se proprio vogliamo esagerare concediamoci un briciolo di commozione al pensiero di tutti quei Momenti Cruciali che ci hanno visto così, malinconici e stupendi ricettacoli di nicotina, belli e misteriosi come una serata nebbiosa, prendere decisioni magari sofferte, magari determinanti: insomma, vivere. Finita. Qualche secondo di rispettoso silenzio. E basta. Alziamoci e buttiamo via tutto. Il pacchetto, se dentro ce n'erano rimaste altre. Tutti gli accendini. Il posacenere a forma di fiorellino. Tutto ciò che potrebbe costituire una seppur minima tentazione. Domani è un altro giorno (sì bè, però ora non esageriamo con questo fare melodrammatico!).
6) E così eccoci qui, arrivati relativamente incolumi al Primo Giorno Da Non Fumatori. Guardandoci allo specchio, ci vediamo già più in forma. E fa niente se non è vero una mazza. Va bene così. Assecondiamoci. Appena possibile, celebriamo la nostra Forza d'Animo con un regalo: che ne so, un bel libro, un cd nuovo, un vestito. Qualcosa che ci faccia piacere, insomma. Coccoliamoci. E' un giorno speciale. Parola d'ordine: AutoGratificazione.
7) Dicono che le prime due settimane siano le più toste. La prima, non ne parliamo. Il successo dell'Impresa dipende tutto da come riusciremo ad affrontarla. SE riusciremo ad affrontarla. E certo che ci riusciremo, perdindirindina!!! Prima cosa, cerchiamo di evitare situazioni a rischio: quindi, niente pockerino notturno con gli amici, per un po’; e forse è il caso anche di soprassedere sul caffè dopo pranzo e cena, se sentiamo che poi la voglia si farebbe troppo forte. Non ci mettiamo i bastoni tra le ruote da soli, almeno. Arriveranno sicuramente i momenti in cui saremmo pronti a venderci la mamma – o il fidanzato, o la moglie, prendendo l'occasione al volo - per una sigaretta. Ecco qualche strategia per evitare di mettere all'asta un famigliare durante una crisi d'astinenza: _ correre, o nuotare, o mettersi a saltare la corda in salotto: insomma, muoversi. Stancarsi. Scaricare la tensione. Fare l'amore può essere un'ottima alternativa. Ma non sempre si è così fortunati da avere a portata di mano un volontario accondiscendente; _ bere. Grandi bicchieroni d'acqua, o di spremuta. Particolarmente utile, dato che oltre a tenere un po’ a bada la voglia di fumare, evita anche le classiche abbuffate compensatorie. L'aumento di peso quando si smette di fumare NON è una leggenda metropolitana: ogni sigaretta fumata brucia circa 20 calorie. Quindi, occhio; _ una bella doccia o un bel bagno profumati e lunghi, pieni di vapore. Che, almeno visivamente, appagheranno il bisogno di offuscamento sensoriale. E scioglieranno la tensione; _ inutile fare giri di parole: in questi primi giorni, il giramento di palle sarà da competizione. Nonostante la concentrazione che si prenderà un periodo di latitanza, cerchiamo di tenere occupata la mente: buona musica, un bel libro o un film appassionanti: meglio se al cinema o in biblioteca, perché lì dentro, anche volendo, non ci si può fumare; _ yoga e meditazione: fumare mentre sei attorcigliato nella posizione del loto o in precario equilibrio nella posizione della montagna, sarebbe un'impresa assai ardua anche per uno che ancora non ha smesso; magari non raggiungeremo il Nirvana, ma staccare per un po’ la spina al cervello implica anche non pensare alla voglia di fumare. Se invece ci troviamo alla stazione ad aspettare il treno o in qualsiasi altra situazione poco consona alla meditazione, qualche bella inspirazione ed espirazione profonde e lente dovrebbero bastare. Per il resto, largo alla Libera Iniziativa! E se proprio dovesse finire la fantasia, magari può far comodo ricordare che:
Dopo 20 minuti dall'ultima sigaretta: comincia a ridursi la costrizione dei vasi sanguigni provocata dalla nicotina Dopo 8 ore: la frequenza cardiaca e la pressione arteriosa tendono ad abbassarsi; il monossido di carbonio si riduce fortemente Dopo 24 ore: diminuisce il rischio di infarto Dopo 48 ore: migliorano gusto e olfatto Dopo 72 ore: comincia a ridursi lo spasmo delle vie aeree e migliora la capacità polmonare Dopo 2-8 settimane: migliora la resistenza fisica allo sforzo, aumenta la resistenza alle infezioni, soprattutto respiratorie; si stabilizzano pressione e frequenza cardiaca Dopo 5 anni: si riduce del 50% la probabilità di morire di cancro al polmone, paragonata a quella di un fumatore di 20 sigarette al dì Dopo 10-12 anni: si riduce fortemente il rischio di malattia cardiaca, fino quasi al livello dei non fumatori; la probabilità di morte per cancro al polmone e di altre forme tumorali diventa uguale a quella dei non fumatori.
In bocca al lupo (a me soprattutto!)
" Chi sta smettendo di fumare ha tutto il diritto di sembrare completamente fuori di testa. E di esserlo. "
(Carmen Covito, L'arte di smettere di fumare (controvoglia) ) November 24 Venite pure avanti, poeti sgangherati....
Niente foto stavolta. Il vento freddo spingeva le mani in fondo alle tasche o tra altre mani buone. Gli occhi bastavano stavolta. E meglio così in fondo, meglio non cadere mai nell'abitudine, neanche quando si tratta di passioni. Lasciarle di tanto in tanto lì, a riposare, a ricordarsi perché ci sono, a riconoscersi. Quindi no, niente foto stavolta. Piccola indiana a gambe incrociate, avvolta in una coperta colorata e calda, rincorro le fila di questi quattro giorni vagabondi con la musica di Guccini che mi tiene compagnia, e accanto la copertina di un cd che è solo per me, una foto meravigliosa che mi ricorda la fortuna di questi ultimi mesi, di città e persone nuove. Penso che non è facile, no, non è facile starmi accanto. Penso che di nuovo l'Emilia mi ha offerto asilo, e una nuova prospettiva di mondo fuori dalla finestra, la mattina appena sveglia. Penso che non vedo l'ora di farmi una doccia calda come si deve.
L'ostello di Reggio Emilia fa parte del complesso della cinquecentesca Basilica della Ghiara: se suonate al portone vi risponde il 'papà' Francesco, e appena entrati ci si trova davanti un grande chiostro rosa e verde d'erba che non te lo aspetti proprio. Le stanze sono ricavate da quelle che furono le 'celle' dei monaci: grandi corridoi alti alti e spogli, pieni d'eco e trompe-l'oeil di fattura mediocre. Viene quasi da camminare in punta di piedi, tanto inaspettato è il rimbombo di ogni più minuscolo rumore. In piazza Prampolini e davanti a San Prospero i pensieri intorpiditi si scuotono al fracasso dei tamburi di un gruppo di sbandieratori che animano una piccola fiera fatta di grandi forme di formaggio, caldarroste, vin-brulé e enormi cavoli verdissimi. Stringo il sacchetto di castagne tra le mani mentre come ogni volta ci stupiamo del silenzio irreale di certa provincia emiliana, seduti al limitare di un portico con il viso caldo dell'ultimo sole della giornata.
Era la mia seconda mostra a Palazzo Magnani: la prima tra gli arancioni e i blu di Ligabue, circondata dalle sue tigri pazze, come lui. Stavolta la follia è fotografata minuziosamente, tra occhi persi e bizzarre condanne tipo 'imbecillità morale' o 'demenza malinconica', leggeri letti di ferro dai materassi sottili, contrasti tra il bianco delle camicie di forza e il nero del sonno che accompagnava queste vite rinchiuse per un'arbitraria questione di puntiglio borghese: il sonno in cui ci si dimentica, dormire per smettere di esistere, per un po’. Me lo ricordo bene, quel tipo di sonno. E le mani. Le mani, specchi migliori degli occhi, contorte come anime lasciate sole in un dolore che nessuno capisce, neanche tu che lo vivi. Una frase di Basaglia che parla di come i manicomi fossero una fuga dall'irrazionalità che spaventa, un trasformare in 'malattia' – e quindi in qualcosa dai contorni razionali – quella che non era altro che follia: un modo diverso di stare al mondo, forse, una rivolta ai 'valori' che ci siamo ritrovati tatuati addosso senza sapere perché, senza neanche essere più in grado di scegliere se sono giusti o meno. Giusti per noi. Un rifiutare ad alta voce una parte che non ci siamo scelti. Basta recite. Questa è la follia. Questo è il coraggio di non farcela. Di vivere il dolore fino in fondo. Un ritagliarsi metodico del proprio diritto alla sconfitta, in questo mondo di presunti vincitori. Urlare e dibattersi. Non farlo è solo il risultato di un ragionamento che iniziano ad insegnarti già dall'asilo. Questa nostra perenne compostezza non è 'salute mentale'. Illusi e ipocriti folli repressi.
Poi, due giorni con la strana sensazione di vivere la mia città da 'straniera', l'occasione di rivedere luoghi meravigliosi che avevo dimenticato: le cappelle di Santa Maria Novella, la cupola del Battistero, il colpo d'occhio indescrivibile su piazza della Signoria da una finestra che ci si affaccia, sentire Firenze più 'mia' del solito, godermela immersa nelle ventate gelide che si rincorrono intorno al Duomo facendo bestemmiare i caricaturisti che rincorrono cavalletti e fogli presi in piccoli vortici. Le sensazioni acquerellate di un pittore spagnolo ispirato dalle Città Invisibili di Calvino, un giro in libreria a sfogliare insieme libri di fotografia al calduccio, e la piccola sorpresa di un piattino di pasticcini insieme alla spremuta di pompelmo.
Inevitabile continuare a pensare: non è per niente facile starmi accanto. Tutto quel mio passato ingombrante e bulimico: il mio Grande Amore, il mio Grande Dolore, le mie manie di grandezza in fatto di emozioni. Il mio continuo difendermi da tutto questo, dalla me stessa che ero, mi rende cattiva a volte, lo so. Lo so. (ma non è facile neanche per me, credimi. Non è una scusa. E' solo la mia piccola realtà. L'unica che sono riuscita a costruirmi intorno. E continuo a credere che cmq sia riuscita a mantenere qualche scintilla di bellezza che non sarebbe esistita altrimenti).
La coperta di pile a quadrati colorati è ancora qui a stringermi. Il cd di Guccini nel frattempo ha finito di girare. Ho accanto l'agenda, piena di cose da fare: due esami da preparare, un convegno e una 'giornata di studi' su Pasolini da seguire, qualche data al Cineforum, e il progetto della trasferta milanese che già sgomita per prendersi la sua dose di attenzione. Non riuscirò a fare tutto. L'importante, nonostante tutto, mi illudo che resti il provarci. Intanto, mi aspetta una doccia bollente al profumo di arancia e cannella. Poi, con tutta calma, andiamo avanti.
…Però non la sopporto, la gente che non sogna…
(F.Guccini, Cirano)
November 18 'piccolo' spunto meditativo pre-cena........." Hai rinunciato a tutto per essere libero.
Fa ancora un passo, rinuncia anche alla tua libertà.
E tutto ti sarà reso."
(J.P.Sartre, L'età della ragione) November 16 Quando il punto di vista fa la differenza..."Quando ti viene una nostalgia, non è mancanza, è presenza, è una visita, arrivano persone, paesi, da lontano e ti tengono un poco di compagnia". Allora Don Rafaniè, le volte che mi viene il pensiero di una mancanza la devo chiamare presenza? "Giusto, così a ogni mancanza dai il benvenuto, le fai un'accoglienza".....
(erri de luca, Montedidio)
le mie mani, un anno fa.
Nient'altro da dire.
S. November 08 La "mia" Bologna
A Bologna non si fermano sulle strisce pedonali (accelerano: sport locale?), i padroni non raccolgono le cacche dei loro cani, le donne si vestono come i manichini delle vetrine e qualsiasi cosa ti serva in un negozio sempre e comunque “arriva mercoledì”. Ma io, Bologna, la amo. Niente da fare, ormai è ufficiale, sono cotta, addomesticata, come la Volpe del Piccolo Principe (cap.XXI, vale la pena): soffrirò di nostalgia e i suoi passi avranno per sempre un suono speciale nello scalpiccìo confuso di tutti i miei ricordi, li riconoscerò da lontano.
Ma in cambio ho il suo Rosso adesso, i suoi mattoni scrostati. La penombra dei suoi portici e il silenzio di certe sue stradine ripiegate su se stesse, che ad attraversarle ti vien quasi da chiedere: “è permesso? Si può?”, tanta è l’intimità sommessa che si impiglia tra i suoi quasi quaranta chilometri di arcate. Ho i suoi banchi di pesce e verdura che invadono la strada, e l’ombra del sederone del Nettuno sul muro del palazzo del comune. Il profilo del dolore scolpito da Niccolò dell’Arca in S.Maria della Vita, e l’atmosfera unica di un gradino di S.Petronio – il nostro – in una serata fredda e nebbiosa. Il mio rumore di vento nel grano ha il suono di un dialetto stretto, che racconta la storia di un vecchio anarchico che chiamò le sue tre figlie Folla, Unita e Vittoria. ‘Certa’ non nacque mai: che sia semplicemente un caso?
Arrivata qui per la classica ‘malaugurata occasione’, c’ho passato due settimane. E tra un passo all’ospedale e l’altro, c’è stato il tempo di innamorarsi (menzione d’onore all’autobus numero 25: senza di lui, il tempo sarebbe stato davvero poco. Ovunque dobbiate andare, lui vi ci porta).
Ho cambiato tre ‘case’, e ognuna si è riempita di un diverso stato d’animo, di una diversa ‘me’: la prima, un sottotetto con le sue grosse travi scure, con una persona speciale accanto e un caos totale ma di quelli ‘buoni’, di quelli che, come si dice, se non ti ammazzano, ti fortificano (e io sono ancora qui; noi, siamo ancora qui); la seconda, per due notti appena, con l’ansia per l’operazione alle porte; la terza poi, nascosta in un cortile, che mi ha vista sola, stanca, ma forte, forte per me e per chi era in ospedale, correre continuamente da una parte all’altra della città, organizzarmi i pensieri dovendo fare affidamento solo su me stessa, crollare addormentata in autobus, farmi compagnia con latte e biscotti, piangere per l’impotenza bastarda che si prova quando una persona che ami sta soffrendo, e sorridere quando finalmente il peggio è passato. E se a qualcuno può sembrare un niente, a me sembra Tutto. Se mi guardo indietro, se ricordo 'da dove vengo', se penso a quanto non bastassi neanche a me stessa, l'idea di 'bastare' per due per me ha del miracoloso.
Ore 9.30 (in realtà 8.30) : Bologna di domenica non si lascia descrivere. Da S.Vitale a piazza Maggiore passando per stradine interne, il silenzio è veramente totale. E il rosso, anche. Mi accoglie un suonatore di fisarmonica, con la sua melodia triste poggiata ad un angolo di strada. Così, di prima mattina. Musica triste, poco dopo aver aperto gli occhi. Lo giudico inopportuno, poi, subito dopo, semplicemente sincero. Un’ora ad aspettare l’apertura della biglietteria del museo, penso “certo che i bolognesi la domenica mattina se la prendono proprio calma eh…”, per poi scoprire che era scattata l’ora legale. Quindi, questa domenica comincia ufficialmente con una gran risata alla salute del mio precario aggancio con la realtà, con in mente l’idea di aver fregato tutti: ho rubato un’ora alla vita. Lancette indietro. Si ricomincia.
L’allestimento del Museo Morandi è essenziale, come i suoi quadri. Mi colpisce un ragazzino che segue i genitori nella visita, senza mai staccare gli occhi neanche per sbaglio dal piccolo schermo colorato di una di quelle console portatili. Lo osservo, e penso che sarebbe il momento adatto per generare un pensiero di quelli ‘profondi’, uno di quelli un po’ pedanti che si tirano dietro uno di quei sospironi rassegnati della serie “guarda un po’ te come va il mondo….”. Ma rinuncio all’emozione della creazione originale, e pigramente mi appoggio ad una frase recitata la sera prima da Michele Serra durante un bellissimo reading collettivo: “I beni superflui rendono superflua la vita” (Serra conclude il suo intervento brandendo gli ‘Scritti corsari’ di Pasolini, mentre io seduta sola sulla mia seggiolina mi commuovo all’idea di un comune ‘Resistere’ ai tempi che corrono. Comunista e sentimentale. Come dire: irrecuperabile).
Torno a concentrarmi sulle nature morte di Morandi, con la loro semplicità impenetrabile, e proprio per questo irritante. Come può un'esistenza consumarsi nella ripetizione infinita di bottiglie e boccette sempre uguali? Questo mi chiedo, nascondendo la mia insufficienza tra quelle tele che a me sembrano fotocopie di una comune insensatezza. Quale segreto ha cercato per una vita intera di estorcere a queste forme semplici e solitarie, a questi colori inesistenti? Un'ossessione, un richiamo insensato e tiranno.
Una vita intera a dipingere bottiglie. Ma cosa si nasconde,dietro? E allora forse per un attimo appena si apre uno spiraglio, e la vedo, l'angoscia e la paura, il bisogno disperato di una risposta che sia, una volta per tutte, quella giusta. Una soluzione alla mancanza patologica di senso, allo sgomento di esserci. C'è chi la cerca in un dio, chi negli occhi di un'idea o tra le sue stesse mani o, peggio, nell'abitudine che annebbia la coscienza. Morandi, la cercava nelle sue bottiglie. Non è più matto di tutti gli altri, di tutti noi, per questo. Visito la sala del Duecento delle collezioni comunali d’arte, con i suoi grandi crocifissi grondanti legno e sangue, col sottofondo di un rock psichedelico che sale su dalla piazza e invade le sale, scuote gli stemmi gentilizi e scosta i veli di quest’esercito di Madonne umide di lacrime antiche. Il custode si scusa del contrattempo, rammaricato. Non si preoccupi, signor custode: io Bologna la amo anche per questo: per questo suo essere contraddittorio e irriverente. Scesa di nuovo in piazza, eccolo lì, l’improvvisato gruppo rock: canottiere nere e capelli alla Joy Tempest. Cazzo che città, penso. E basta. Cazzo, che città.
Via Zamboni, ore 11.15. Mai tirare fuori un pacchetto di sigarette, in via zamboni, a meno che non si voglia spolverarlo nel giro di un’ora (una volta che hai detto ‘sì’ a uno, poi ti senti una merda a non dirlo anche agli altri). Un tizio sale in piedi su un piolo di cemento al lato della strada, si improvvisa oratore, parla con calore da quel suo speaker’s corner taroccato. Forse è un po’ matto. Forse lo siamo noi, che ci fermiamo ad ascoltarlo. O forse lo è tutto il resto.
La facoltà di Lettere è occupata. Una ragazza mi mette in mano un volantino di un’assemblea, un’altra poco dopo quello di un seminario sul giornalismo di guerra. Arrivo alla Pinacoteca Nazionale, mi incanto davanti ad una pala d’altare di Vitale da Bologna del Duecento: qui tutto sorride. Anche gli angeli dietro la croce.
1 novembre: essere donna, a Bologna, e uscire di casa in tuta e scarpe da ginnastica, struccata e con il sacco dei panni sporchi che ti dondola accanto, è eroico. Ti senti una Rivoluzionaria, una che sta infrangendo il Sistema. Una vertigine a buon mercato. I miei cinque minuti di gloria. Perché la maggior parte delle bolognesi non esce neanche a buttare la spazzatura senza stivalone taccuto e jeans attilato d’ordinanza. In tutta sincerità, mai viste donne così poco ‘donne’ come a Bologna: sembra piuttosto un travestimento, il loro, un maldestro tentativo di occultare sotto un trucco perfetto e stracci costosi una durezza, una freddezza senza via di scampo, che negano quella stessa femminilità così ossessivamente inseguita. Inseguita, e ostentata, solo perché assente, al di là della ‘facciata’. Le donne bolognesi sono malate di sofisticazione. E sono l’unica cosa che è riuscita a darmi un po’ la nausea in questa città.
Incontrare un gruppo di ragazzi alla lavanderia a gettoni – from Roma, Catanzaro e Catania, per giunta tutti tifosi Viola – è un verso prezioso in una lunga poesia fatta di niente e di incontri casuali che durano il tempo di una centrifuga. Mi mancheranno, anche loro, con quei trenta minuti appena passati insieme. E’ inevitabile. Ed è stupendo.
Rosso e blu sono colori che mi sono sempre piaciuti insieme. Ma a Bologna di questi tempi si comincia ad esagerare. 3 novembre, pacco bomba a Cofferati. Coraggio Sergio, ci vuol pazienza coi comunisti. Siamo bambinoni cresciuti. Siamo capricciosi. Siamo malati di sogni. Ma non siamo cattivi (abbiamo smesso di mangiare bambini, giusto?). Quanto agli ‘anarchici informali’, boh, non ne parlo. E non per sufficienza e presunzione. Ma proprio perché non saprei che dirne. Detesto avere le idee confuse, ma forse è già qualcosa averle 'confuse' piuttosto che esserne proprio sprovvisti.
Ore 21.45 di un giorno qualunque. Finito il mio consueto bucato ospedaliero, dopo breve ma intensa ronfata sull’apposita seggiolina di plastica della lavanderia a gettoni, faccio un salto alla botteguccia ‘vecchio stile’ – e gestita da pakistani, come quasi tutto ormai qui a Bologna – e mi concedo il brivido di comprare carta igienica e Tegolini a quest’ora inconsueta. Rientrando a casa, in via Senzanome, da una finestra esce una ‘R’ dalla musica inconfondibile: no, dai, Guccini. Mi fermo. Ascolto. E’ troppo. E’ scorretto. Mi cadono i Tegolini in terra, da quanto mi scuote questa perfezione casuale. Cara la mia Bologna, questo si chiama giocare sporco. Se continui così, io non ti posso lasciare più. Più.
Forse una città diventa un po’ più ‘tua’ quando, appena comprato il giornale, salti subito alla cronaca locale.
Qui, l’Unità, ha tutto un altro sapore. Quello giusto.
La trovi per strada, spaginata e attaccata con le puntine alle fermate degli autobus, o avvolta alle colonne dei portici. Qui la cultura la ‘senti’, anche nel vicolo più malfamato e deserto. Qui la cultura si attacca ai muri, letteralmente, scende sui marciapiedi, senza timore di sporcarsi le scarpe nuove, alla berlina di ogni sguardo. Qui a Bologna, la cultura non se la tira. E’ una vera Signora.
Forse una città diventa ‘tua’ quando – 5 novembre, ore 12.45 – per la prima volta dai un’informazione su una via (giusta) ad uno sprovveduto passante. E ti senti come se ti avessero appena concesso la cittadinanza onoraria.
Forse una città diventa un po’ più ‘tua’ quando spulci tra gli annunci immobiliari su uno di quei giornalini gratuiti che trovi per strada, e trovi una mansardina in via Nosadella, e te ne innamori perdutamente, come se solo quella potesse d’ora in poi essere ‘casa’, e ogni altro luogo, solo un ripiego inevitabile.
La soglia d’allarme ormai è ampiamente sorpassata, inutile rallentare. Discesa libera. Domani si parte.
Finalmente riesco a vederla, la chiesa di S.Francesco. Entrateci sottovoce, meglio se in un tardo pomeriggio d’autunno come questo, con intorno una città già assonnata e avvolta da una pioggerellina fine che non si capisce se sia nebbia o cosa. Entrateci soli e infreddoliti, meglio se anche un po’ nel cuore. Entrateci quando le ombre dei candelieri gotici appesi al soffitto si intrecciano, sul muro spoglio dell’abside, con quelle delle figurine di marmo intagliate dell’immensa pala d’altare (un capolavoro di cinque metri d’altezza, la classica opera che incute un timore reverenziale, che impone il silenzio). Infilatevi nel deambulatorio dietro l’altare, seguite il mutare d’intreccio di quelle ombre, rincorretele da ogni angolazione, lasciatevi spaventare dalle canne d’organo che appaiono d’improvviso, col loro bagliore, in tutto quel buio impregnato di mistero e di irrazionalità. E’ probabile che vi raggiunga il suono di una preghiera più forte delle altre: perché questa è ancora una chiesa dove si prega, si soffre, ci si confessa. E’ una chiesa ‘viva’, non da turisti. E io li guardo, questi uomini e donne uguali a me, come se venissero da un altro pianeta. Ci separa la fiducia in qualcosa che non c’è, il diverso modo di affrontare la paura di esistere. Eppure, qua dietro, con gli occhi infagottati dalla penombra, per un attimo dimentico la ragione, il giusto e lo sbagliato, e penso che è qui, tra queste ombre lunghe, che dio ancora si rifugia, di tanto in tanto. E’ un brivido appena, che si scioglie al riapparire della luce, con la sua logica implacabile.
Di nuovo domenica. Piove. Giorno di partenza. Esco a comprarmi l’ultima Unità, la sfoglio distrattamente mentre con la coda dell’occhio mi guardo intorno, di nascosto, come si guarda un uomo che riparte dopo aver fatto l’amore con te, di soppiatto, perché non si accorga che sei mortalmente triste, che vorresti allungare la mano come dire ‘resta qui’. Mi fermo ad un distributore automatico di sigarette, non ho spiccioli, va bè prendo due pacchetti. Tanto ora smetto. Tanto ora si torna a casa. Tanto ora sarà di nuovo realtà. E la mia giostra infinita di buoni propositi.
Ciao Bologna. Tanto lo so, che non sarai mai più bella come ti vedo adesso. E neanche io. Certo che tornerò. Ma lo sappiamo bene tutte e due che questo è, ufficialmente, un addio.
Una volta di più, ho scoperto il prezzo della felicità.
CdS: IMPARARE LA DEMOCRAZIA
Comunicazione di servizio: Da oggi in edicola con Repubblica – 6,90 euro in più – per La biblioteca delle Idee, Imparare la democrazia, un saggio di Gustavo Zagrebelsky, con introduzione di Scalfari e in appendice scritti di: Aristofane, Erodoto, Cicerone, Montesquieu, de Tocqueville, Hanna Arendt, George Orwell, Bertolt Brecht…
Credo sia il caso di comprarlo.
Credo sia il caso di leggerlo.
(coming soon: La 'mia' Bologna) October 16 Pisa, o dell'InnocenzaL’occasione (la scusa buona) è stato un piccolo festival di editoria indipendente, per concedere un po’ di attenzione alla mia regione, che solitamente invece salto a piè pari, nascondendomi dietro un vago ‘tanto c’è sempre tempo per’. Sarà perché in Toscana ci detestiamo cordialmente tra ‘vicini di casa’, chiusi ognuno nei rispettivi campanili, folkloristicamente addobbati di malignità sottile e sarcasmo, col nostro umorismo pesante e sfacciato, mai totalmente in buona fede (e l’intolleranza tra fiorentini e pisani è proverbiale, tra tutte). Sarà perché nei miei piccoli vagabondaggi non cerco solo paesaggi nuovi, o diversi stili architettonici ed opere d’arte: soprattutto, cerco mentalità diverse, sguardi e gesti che non conosco e che per questo hanno ancora il potere di spiazzarmi. E la meraviglia, si sa, può nascere solo da questo spaesamento. Una piccola sfida: vediamo se ci riesco anche qui, a soli 80 chilometri da casa. L’idea di partenza è quella di snobbare Campo dei Miracoli: niente Torre Pendente, quindi. Questa risoluzione mi gonfia d’orgoglio, lì per lì, tutta gongolante all’idea di ribellarmi al mio essere pecorella ben addestrata che inevitabilmente seguirà solchi profondi e finirà col naso in su. Mi incammino, forte di questo mio sussulto turisticamente anarchico. Dopo una possente colazione in un piccolo bar impegnato in chiacchiere calcistiche (con annessa tragedia sfiorata: disastrosa spolverata di zucchero a velo appiccicosissimo sulla mia D50…Grande prova di self-control: dietro il mio ‘Accidempolina!’ si nascondeva una serie di improperi tali che anche il proverbiale ‘scaricatore di porto’ avvrebbe abbassato gli occhi, arrossendo), eccolo, il mio fiume. ‘Mio’? L’Arno, qui, proprio non lo riconosco. Non è lui. Una strisciata marrone, distratta, nel mezzo a una città, niente di più: niente isolotti, niente lontre e aironi cinerini, niente colonie di germani reali e tartarughine d’acqua abbandonate, niente personalità, insomma. Banchine di cemento grigio, senza arte né parte, al massimo qualche gabbiano vagabondo. Mi sporgo, e glielo chiedo: ‘che hai?’. Crisi d’identità. Già, come ho fatto a non pensarci. Troppo lontano dall’inizio, troppo poco vicino alla fine, confuso, confida nel suo stesso scorrere sprovveduto e incosciente, confortato dalla certezza che “poi il resto viene sempre da sé” (e se lo dice De André, c’è da fidarsi), quindi inutile affannarsi, inutile scansare un provvidenziale fatalismo: si abbandona a se stesso, senza sapere di preciso chi è: tanto, da qualche parte prima o poi si arriva di sicuro. Un mare dentro cui sfociare ce l’abbiamo tutti, inutile sforzarsi di immaginarlo prima del tempo. Meglio rilassarsi. Quanto lo capisco, il mio fiume. Adesso sì che lo riconosco. Quasi per caso mi imbatto nell’affresco di Keith Haring, dipinto due anni prima che morisse di aids: un bisogno disperato di colore, di forme definite e definibili, della certezza di quei contorni spessi e neri. Ci scambiamo un saluto di cortesia, come succede quando ci sarebbe troppo da dire, e per comodità e pigrizia non si dice niente.
In Piazza dei Cavalieri, butto un’occhiata enfaticamente disinteressata alla facciata ricoperta di graffiti bianchi e neri della Scuola Normale: tutta quell’intelligenza concentrata, compressa, ostentata, in una parola: antipatica! L’istinto sarebbe quello di sfoderare una linguaccia da competizione in faccia a chiunque scenda da quella scala. Poi invece mantengo il contegno, mi torna in mente che ho 26 anni e non 5, e dantescamente ‘guardo e passo’, dall’alto del mio mediocre QI. Poi, finalmente si ragiona: un quartierino interno, annodato su se stesso, con banchi di frutta e odore forte di pesce nei vicoli più stretti, annaffiati di acqua e detersivo. La salsedine arriva fino a qui, affamata di intonaco e colori. Se chiudi gli occhi, sei già al mare. L’Orto Botanico, piccolo o grande che sia lui e la città che lo ospita, è una tappa a cui non rinuncio quasi mai: mi piace quell’atmosfera ovattata, i rumori del ‘fuori’ che arrivano appena, quell’essere uguale a se stesso in tutto il mondo, con le solite promesse da mantenere. Entro a lusingare l’autunno, eleggendolo per l’occasione mia stagione preferita: mi ricompensa con un Sole tiepido e innumerevoli variazioni sul tema del giallo e del rosso, un turista che si divora un panino con frittata accanto a me su una panchina in ombra, e il giardiniere che cammina lento tra i vialetti tra tutti quegli innumerevoli vasini, lasciando cadere dall’annaffiatoio piccole gocce di beatitudine assoluta, che meticolosamente raccolgo tra le mani, prima che la terra se le riprenda. E d’improvviso, eccola: la Torre. Possibile?! Vuoi vedere che sono più inconsciamente addomesticata di quanto credo? Ma già che siamo qui, concediamole il beneficio del dubbio. Ed ecco che comincia, la magia. Una città pressoché deserta, qui si riempie di attempati esseri umani che barattano ogni parvenza di cosiddetta ‘dignità’ pur di mettersi in quella posa buffa che nella foto poi farà sembrare lo scampato pericolo del crollo tutto merito loro. Sorrido all’idea che, considerate le mie ormai proverbiali inquadrature storte, la Torre è il mio soggetto ideale, e certamente la raddrizzerò al primo click. Mi viene in mente una canzoncina scema, ‘Evviva la torre di Pisa che pende che pende e mai casca giù….’, la canticchio a bassa voce, e mentre penso che la cosa si sta facendo preoccupante, contro ogni proposito mi ritrovo naso in aria. E’ fatta: sono parte integrante di quell’accozzaglia colorata che mi ero proposta di analizzare con occhio critico e ‘superiore’. Niente da fare, la regressione infantile è completa, e ci sguazzo dentro completamente a mio agio. Questo prato verde all’ombra di una torre mal costruita, ha una capacità non comune: è un rivelatore di Innocenza. Tutti con la faccia da scemi, ci si guarda e ci si sorride in una lingua universale, complici in quell’attimo di stupore gratuito. Dentro al Battistero, con la sua architettura severa e quei raggi da Giudizio Universale che filtrano dall’alto, un gruppo di turisti si improvvisa cantante, in attesa di quel piccolo miracolo a buon mercato che è l’eco; dall’esterno arriva la voce indispettita di una guida: ‘Silenzio!!!’, come se dentro ci fosse una classe dell’asilo in gita da rimettere in riga; invece, l’età media di questi bambini è di circa 50 anni. Quelli in coda per salire sulla Torre hanno gli occhi emozionati di chi sta per provare un nuovo ottovolante, e una volta in cima si sbracciano per salutare indistintamente il mondo, laggiù, perché stavolta tocca a lui essere storto. Lascio la piazza con una strana sensazione. Con il pensiero vago che l’Innocenza c’è, ancora, e tanta. Questa piazza ne è una prova inconfutabile. Forse basterebbe smettere di utilizzarla come concime per il nostro ristretto orticello, e spargerla un po’ anche fuori di noi, tra la gente, nei rapporti di ogni giorno. Non sembra così impossibile, a pensarci: ma forse, chissà, sono ancora sotto l’influenza della Torre.
October 13 Il mio angolo buono
Ore 13.15: diserto l’ipocrita tavola imbandita di rancori ricoperti di salse troppo colorate per non destare sospetti di occultamenti, e mi rifugio nel mio angolo buono. Questo angolo di mondo mi ha abbracciata tante di quelle volte, accettandomi sempre, come si vorrebbe facessero le persone che amiamo: Mi ha vista abbagliata dal Sole di mattine fredde e da felicità straripanti quanto inspiegabili; mi ha vista sola, ferita, gocciolante linfa come un albero abbattuto. Mi ha vista stordita dalla sertralina (la fatina chimica della felicità, per chi non frequenta), o tenuta in piedi dalle mie stesse forze incazzate, rabbiose. Mi ha intravista Donna, nel buio appannato di una macchina, toccare un uomo quasi come fosse un tributo da pagare per un boccone di autostima: ‘senti, quanto sono brava’, perché solo quello credevo di avere da dare, per un po’. Mi ha vista vincente – poche volte, ma buone – o irrimediabilmente persa, battuta, arrivata ultima, o peggio ancora, ferma a metà percorso sventolando una bandiera bianca grande e pesante quanto tutto il mio cielo; senza mani intorno per sorreggermi, neanche le mie. Mi ha vista Bambina, con occhi grandi che a stento riuscivano a contenere il mio immensamente ingenuo ‘perché? com’è possibile?’ (ti ricordi Ale? Recuperata al volo nel cuore della notte: lasciata per strada, fuor di metafora…). Mi ha vista euforica, con in mente un nuovo modo di fuggire – o partire…non sono poi la stessa cosa in fondo? – o paralizzata dalla paura di non riuscire a liberarmi dagli arresti domiciliari a cui io stessa mi ero condannata, tempo fa. In ogni modo, mi ha vista. Vulnerabile o Invincibile, Infinita.
E oggi? Oggi, come mi ha vista? Difficile dirlo, difficile definire uno “stato mentale” che per la prima volta nella mia vita rinuncio a sezionare, limitandomi a viverlo, a braccia aperte. Impaurita, forse, per la mia voglia di crescere che diminuisce proporzionalmente ai giorni che passano, per il percepirmi correre in senso contrario, a volte (ma chi mi dice qual è il ‘senso giusto’? Qualcuno di voi per caso è così presuntuoso da illuminarmi?). Smarrita, per aver scoperto quanto poco conveniente sia, vedere i propri genitori non più come tali, ma come “persone” staccate dal loro ruolo, e quindi con i loro difetti, le loro bassezze, i loro limiti desolanti. Sconveniente, ma certo costruttivo, come tutto ciò che nasce dall’inevitabilità. Mi ha vista con in mano due libri sfogliati avidamente, rincorrendo parole che mi aiutino a capire, cosa sono io, qui, oggi. Con le dita cariche di sogni come anelli, alcuni troppo larghi, che mi scivolano di mano, e che per adesso lascio lì, con la promessa che tornerò a prenderli, anche se non lo so. Non lo so, se accadrà. Ma altri sono della misura perfetta, e abbassando gli occhi li vedo scintillare, sicuri, determinati. Forti, come mai prima d’ora. E proprio come quella vista e immortalata stamattina appena sveglia, mi sono sentita una farfalla, con le ali già asciugate al Sole, ma ancora ferma al di là di un vetro opaco sporcato dalla pioggia di questo sconvolgente e imprevedibile autunno, ma soprattutto da quelle passate. Mi ha vista sorridere, comunque sia, anche se non so a chi (a me stessa? a te? – e quel ‘te’ sei TE, non far finta di non riconoscerti… - a voi? ) né per quale motivo. Avrei abbracciato il Mondo; e poco importa se, e come, avrebbe reagito alla mia stretta. Io, l’avrei abbracciato. Il resto, non lo so. Il resto è Vita, e non concede anteprime.
October 11 Ravenna, secondo me.
Ravenna è una città fatta di piccole tessere quadrate di vetro colorato, sonnolenta e spaesata, raggomitolata su se stessa dentro al suo involucro di piccoli mattoni rossi macchiati di umidità; un pò come quei sassi tondi e grigi, in apparenza poveri e insignificanti, che talvolta si trovano in montagna: ma se fai tanto di concedergli attenzione, ti ricompensano regalandoti cristalli viola di preziosa ametista. Basta un piccolo colpo, un’incrinatura nella banalità della grigia apparenza, e quello scintillìo vecchio di secoli ti trova, finalmente, come se fosse in cerca di te da centinaia di anni: era lì, in attesa solo dei tuoi occhi. L’importante è aprirsi, accogliere la Possibilità. Sempre. Come un comandamento. Ravenna è un labirinto. Piccolo, e senza pretese. Ma ti fa girare in tondo regalandoti piccoli scorci di edera verde e foglie ingiallite, tra l’ampolla d’olio che illumina il ricordo del ghibellin fuggiasco e chiostri silenziosi inondati di luce verde e profumo di uva fragola; alla fine però, quando ti scopre stanco, come una mamma premurosa, ti riporta sempre in quell’angolo di mondo che casualmente per qualche giorno hai deciso di chiamare “casa”, tra soffitti alti e mobili scuri e severi, con la tenerezza malinconica che sempre hanno le cose a cui decidi di abbandonarti ben sapendo che passeranno in fretta, con l’illusione di essere preda di un incantesimo buffo fatto da un mago ancora alle prime armi, che da qualche parte ti guarda, e sorride (e nasconde le brioches dei bar solo per il gusto di vederti girare per quelle stradine strette con la spensieratezza di un bambino e una fame da lupo). Ravenna sa di silenzio irreale, di crescione ripieno al tartufo, di cani che scappano veloci all’amore di un padrone a notte fonda, di formaggio con pere e marmellata e piadina calda appena fatta, mangiati in un’enoteca con pareti fatte di vino, un vino trasparente e fresco come l’aria di una giornata di sole d’ottobre dopo la pioggia, e leggero come l’atmosfera che si respira in Romagna: Sol da dé e gnit da dmandé : a costo di ripetermi, questa è una terra che, senza retorica, ti sommerge senza chiedere niente in cambio. Ravenna è una ringhiera di pietra che ti emoziona con le sue curve sinuose ma ti sfugge e non si fa afferrare non appena tenti di capire perché: come la felicità. Ci sono cose che vanno vissute, e basta, rinunciando serenamente a chiedersi altro. E’ lo stupore di un riflesso che ti era sfuggito, e che vedi solo in forza di quell’alchimia magica che fa sì che la ricchezza scivoli da un’anima ad un’altra, dolcemente e senza scosse, come l’acqua di fiume quando assaggia il sale, e subito si fa mare, naturalmente. Ravenna è un omone barbuto che quando parla sembra Guccini; è una ragazza, bellissima nella sua semplicità e solitudine, seduta su una panchina alla stazione: espressioni di visi sconosciuti, spiate e subito rubate, avidamente rese uniche, incorniciate e appese in quella personale galleria di attimi irripetibili e fuggevoli che ognuno ha dentro di sé. Ravenna è un inizio, confuso tra sculture d’avorio e bagliori dorati, tra ombre di croci e il rosso acceso dei rubini di melagrane sorridenti in un giardino di fate spiritose; uno di quegli inizi che non importa dove finiranno per condurti, né come: valgono in quanto tali, in quanto novità inaspettata e dolcissima, in quanto potenziale tutto e niente.
Ora, per dovere di cronaca vi dico che non lo so, se Ravenna è davvero una bella città; io non lo so, se è da consigliare o meno. So solo che senza dubbio, per quanto sia scontato, non c’è niente di più vero di quella frase che dice che la Bellezza non sta nelle cose che ci girano intorno, ma solo ed esclusivamente negli occhi di chi guarda.
(comunicazione di servizio: è superfluo dire che senza di te, non sarebbe stato lo stesso. Grazie :-*)
Sere.
October 07 Il privilegio di perdersi
Il viaggio non è l'emozione di attimi pericolosi (...) L'amore lasciato sospeso, qualcuno ne approfitterà
(Il viaggiatore - Mercanti di Liquore)
...Il ritorno, davvero, "remota possibilità". Da ogni viaggio che sia degno di questo nome (reale o immaginario, vicino o lontano), non si torna mai. Perché il te stesso che eri resta là, per la strada, dimentica di salutarti in una stazione di passaggio, ti abbandona senza dolore, con un Addio che è come un saluto dolce appena immaginato tra una coincidenza e l'altra. E quello che torna non sarà mai uguale a quello che è partito: più incazzato, più felice, più cinico o più innamorato, più scaltro, più indifeso, più disilluso, più solo, più matto. In ogni caso, sempre con una goccia in più di Vita negli occhi. Da un viaggio non si torna. Mai.
Buon week end a chi passa di qua (e datemi retta: se potete, salite su un treno qualsiasi, e concedetevi il privilegio di perdervi)
September 30 Proust o Del ricordo
«Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo.»
Oggi, per una fortunata coincidenza lavorativa, ho conosciuto finalmente Proust. Il passo precedente credo riassuma alla perfezione lo “spirito” di quell’immensa opera che è Alla ricerca del tempo perduto….Leggendo ad alta voce alcuni passi, mi sono dolcemente persa tra quegli infiniti periodi costruiti mettendo insieme distillati di sensazioni, frammenti di coscienza attorno a quel misterioso concetto che è la Memoria, e il Tempo “interiore”, così diverso ed indipendente da quello cronologico. Un’emozione che verrebbe sminuita inevitabilmente se cercassi di descriverla a parole, e che mi ha fatto immediatamente capire perché spesso e volentieri, parlando di Proust con gente che già l’aveva letto, mi sono sentita dire: “Leggere la Recherche ti cambia la vita: dopo averlo letto, l’esistenza si spartisce automaticamente tra ‘a.P.’ (avanti Proust) e ‘d.P’ (dopo Proust)”. E così, in una giornata come questa in cui nel mio piccolo mondo si combattono battaglie di ogni tipo (alcune tenerissime, altre estenuanti e che mi lasciano sfinita e amareggiata), un libro mi ha di nuovo guidata attraverso la nebbia, portandomi per mano alla luce di un Sole che da qualche parte continua ad aspettarmi paziente, il cui bagliore lontano è riuscito a guidarmi anche nei momenti di buio più impenetrabile, facendomi arrivare fin qui (‘sana’ quanto basta, e mai troppo ‘salva’).
Ognuno di noi ha una propria madeleine, un profumo o un sapore che ha il potere di riportarci a forza in un passato che credevamo di aver dimenticato, facendocelo rivivere così profondamente da darci l’illusione di aver scavalcato Spazio e Tempo, tornando là, realmente. Per due estati di seguito, la mia madeleine è stata crudele, sottoforma di luce. C’era un momento preciso del giorno, appena dopo il tramonto, in cui ripiombavo in un momento preciso che, sotto quella luce magica, ci aveva visti insieme, un anno prima, disperatamente abbracciati davanti a casa mia. Per due estati di seguito, ogni giorno a quell’ora, ovunque fossi, chiudevo gli occhi o sprangavo le finestre, aspettando che passasse. Perché lo sentivo lì, accanto a me. Perché l’illusione era talmente forte che ero certa che, girandomi, l’avrei visto ancora accanto a me, pronto a proteggermi, ad amarmi di nuovo, a rendermi il mio cuore, finalmente. La disillusione che seguiva era rosso sangue, era un dolore affilato, era disperazione gelida, era pericolo di resa incondizionata.
Un Amore di cui non ricordo ormai più lo sguardo, o il sapore; ma solo – e forse per sempre, chissà – la Luce. Che ancora sorregge, senza tremare. Che è parte di me, come ogni altra luce odore sapore, come ogni Ricordo. Doloroso o felice che sia. Prezioso in ogni caso, perché “mio”.
Nessun “tempo” è mai davvero “perduto”.
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