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11月8日 La "mia" Bologna
A Bologna non si fermano sulle strisce pedonali (accelerano: sport locale?), i padroni non raccolgono le cacche dei loro cani, le donne si vestono come i manichini delle vetrine e qualsiasi cosa ti serva in un negozio sempre e comunque “arriva mercoledì”. Ma io, Bologna, la amo. Niente da fare, ormai è ufficiale, sono cotta, addomesticata, come la Volpe del Piccolo Principe (cap.XXI, vale la pena): soffrirò di nostalgia e i suoi passi avranno per sempre un suono speciale nello scalpiccìo confuso di tutti i miei ricordi, li riconoscerò da lontano.
Ma in cambio ho il suo Rosso adesso, i suoi mattoni scrostati. La penombra dei suoi portici e il silenzio di certe sue stradine ripiegate su se stesse, che ad attraversarle ti vien quasi da chiedere: “è permesso? Si può?”, tanta è l’intimità sommessa che si impiglia tra i suoi quasi quaranta chilometri di arcate. Ho i suoi banchi di pesce e verdura che invadono la strada, e l’ombra del sederone del Nettuno sul muro del palazzo del comune. Il profilo del dolore scolpito da Niccolò dell’Arca in S.Maria della Vita, e l’atmosfera unica di un gradino di S.Petronio – il nostro – in una serata fredda e nebbiosa. Il mio rumore di vento nel grano ha il suono di un dialetto stretto, che racconta la storia di un vecchio anarchico che chiamò le sue tre figlie Folla, Unita e Vittoria. ‘Certa’ non nacque mai: che sia semplicemente un caso?
Arrivata qui per la classica ‘malaugurata occasione’, c’ho passato due settimane. E tra un passo all’ospedale e l’altro, c’è stato il tempo di innamorarsi (menzione d’onore all’autobus numero 25: senza di lui, il tempo sarebbe stato davvero poco. Ovunque dobbiate andare, lui vi ci porta).
Ho cambiato tre ‘case’, e ognuna si è riempita di un diverso stato d’animo, di una diversa ‘me’: la prima, un sottotetto con le sue grosse travi scure, con una persona speciale accanto e un caos totale ma di quelli ‘buoni’, di quelli che, come si dice, se non ti ammazzano, ti fortificano (e io sono ancora qui; noi, siamo ancora qui); la seconda, per due notti appena, con l’ansia per l’operazione alle porte; la terza poi, nascosta in un cortile, che mi ha vista sola, stanca, ma forte, forte per me e per chi era in ospedale, correre continuamente da una parte all’altra della città, organizzarmi i pensieri dovendo fare affidamento solo su me stessa, crollare addormentata in autobus, farmi compagnia con latte e biscotti, piangere per l’impotenza bastarda che si prova quando una persona che ami sta soffrendo, e sorridere quando finalmente il peggio è passato. E se a qualcuno può sembrare un niente, a me sembra Tutto. Se mi guardo indietro, se ricordo 'da dove vengo', se penso a quanto non bastassi neanche a me stessa, l'idea di 'bastare' per due per me ha del miracoloso.
Ore 9.30 (in realtà 8.30) : Bologna di domenica non si lascia descrivere. Da S.Vitale a piazza Maggiore passando per stradine interne, il silenzio è veramente totale. E il rosso, anche. Mi accoglie un suonatore di fisarmonica, con la sua melodia triste poggiata ad un angolo di strada. Così, di prima mattina. Musica triste, poco dopo aver aperto gli occhi. Lo giudico inopportuno, poi, subito dopo, semplicemente sincero. Un’ora ad aspettare l’apertura della biglietteria del museo, penso “certo che i bolognesi la domenica mattina se la prendono proprio calma eh…”, per poi scoprire che era scattata l’ora legale. Quindi, questa domenica comincia ufficialmente con una gran risata alla salute del mio precario aggancio con la realtà, con in mente l’idea di aver fregato tutti: ho rubato un’ora alla vita. Lancette indietro. Si ricomincia.
L’allestimento del Museo Morandi è essenziale, come i suoi quadri. Mi colpisce un ragazzino che segue i genitori nella visita, senza mai staccare gli occhi neanche per sbaglio dal piccolo schermo colorato di una di quelle console portatili. Lo osservo, e penso che sarebbe il momento adatto per generare un pensiero di quelli ‘profondi’, uno di quelli un po’ pedanti che si tirano dietro uno di quei sospironi rassegnati della serie “guarda un po’ te come va il mondo….”. Ma rinuncio all’emozione della creazione originale, e pigramente mi appoggio ad una frase recitata la sera prima da Michele Serra durante un bellissimo reading collettivo: “I beni superflui rendono superflua la vita” (Serra conclude il suo intervento brandendo gli ‘Scritti corsari’ di Pasolini, mentre io seduta sola sulla mia seggiolina mi commuovo all’idea di un comune ‘Resistere’ ai tempi che corrono. Comunista e sentimentale. Come dire: irrecuperabile).
Torno a concentrarmi sulle nature morte di Morandi, con la loro semplicità impenetrabile, e proprio per questo irritante. Come può un'esistenza consumarsi nella ripetizione infinita di bottiglie e boccette sempre uguali? Questo mi chiedo, nascondendo la mia insufficienza tra quelle tele che a me sembrano fotocopie di una comune insensatezza. Quale segreto ha cercato per una vita intera di estorcere a queste forme semplici e solitarie, a questi colori inesistenti? Un'ossessione, un richiamo insensato e tiranno.
Una vita intera a dipingere bottiglie. Ma cosa si nasconde,dietro? E allora forse per un attimo appena si apre uno spiraglio, e la vedo, l'angoscia e la paura, il bisogno disperato di una risposta che sia, una volta per tutte, quella giusta. Una soluzione alla mancanza patologica di senso, allo sgomento di esserci. C'è chi la cerca in un dio, chi negli occhi di un'idea o tra le sue stesse mani o, peggio, nell'abitudine che annebbia la coscienza. Morandi, la cercava nelle sue bottiglie. Non è più matto di tutti gli altri, di tutti noi, per questo. Visito la sala del Duecento delle collezioni comunali d’arte, con i suoi grandi crocifissi grondanti legno e sangue, col sottofondo di un rock psichedelico che sale su dalla piazza e invade le sale, scuote gli stemmi gentilizi e scosta i veli di quest’esercito di Madonne umide di lacrime antiche. Il custode si scusa del contrattempo, rammaricato. Non si preoccupi, signor custode: io Bologna la amo anche per questo: per questo suo essere contraddittorio e irriverente. Scesa di nuovo in piazza, eccolo lì, l’improvvisato gruppo rock: canottiere nere e capelli alla Joy Tempest. Cazzo che città, penso. E basta. Cazzo, che città.
Via Zamboni, ore 11.15. Mai tirare fuori un pacchetto di sigarette, in via zamboni, a meno che non si voglia spolverarlo nel giro di un’ora (una volta che hai detto ‘sì’ a uno, poi ti senti una merda a non dirlo anche agli altri). Un tizio sale in piedi su un piolo di cemento al lato della strada, si improvvisa oratore, parla con calore da quel suo speaker’s corner taroccato. Forse è un po’ matto. Forse lo siamo noi, che ci fermiamo ad ascoltarlo. O forse lo è tutto il resto.
La facoltà di Lettere è occupata. Una ragazza mi mette in mano un volantino di un’assemblea, un’altra poco dopo quello di un seminario sul giornalismo di guerra. Arrivo alla Pinacoteca Nazionale, mi incanto davanti ad una pala d’altare di Vitale da Bologna del Duecento: qui tutto sorride. Anche gli angeli dietro la croce.
1 novembre: essere donna, a Bologna, e uscire di casa in tuta e scarpe da ginnastica, struccata e con il sacco dei panni sporchi che ti dondola accanto, è eroico. Ti senti una Rivoluzionaria, una che sta infrangendo il Sistema. Una vertigine a buon mercato. I miei cinque minuti di gloria. Perché la maggior parte delle bolognesi non esce neanche a buttare la spazzatura senza stivalone taccuto e jeans attilato d’ordinanza. In tutta sincerità, mai viste donne così poco ‘donne’ come a Bologna: sembra piuttosto un travestimento, il loro, un maldestro tentativo di occultare sotto un trucco perfetto e stracci costosi una durezza, una freddezza senza via di scampo, che negano quella stessa femminilità così ossessivamente inseguita. Inseguita, e ostentata, solo perché assente, al di là della ‘facciata’. Le donne bolognesi sono malate di sofisticazione. E sono l’unica cosa che è riuscita a darmi un po’ la nausea in questa città.
Incontrare un gruppo di ragazzi alla lavanderia a gettoni – from Roma, Catanzaro e Catania, per giunta tutti tifosi Viola – è un verso prezioso in una lunga poesia fatta di niente e di incontri casuali che durano il tempo di una centrifuga. Mi mancheranno, anche loro, con quei trenta minuti appena passati insieme. E’ inevitabile. Ed è stupendo.
Rosso e blu sono colori che mi sono sempre piaciuti insieme. Ma a Bologna di questi tempi si comincia ad esagerare. 3 novembre, pacco bomba a Cofferati. Coraggio Sergio, ci vuol pazienza coi comunisti. Siamo bambinoni cresciuti. Siamo capricciosi. Siamo malati di sogni. Ma non siamo cattivi (abbiamo smesso di mangiare bambini, giusto?). Quanto agli ‘anarchici informali’, boh, non ne parlo. E non per sufficienza e presunzione. Ma proprio perché non saprei che dirne. Detesto avere le idee confuse, ma forse è già qualcosa averle 'confuse' piuttosto che esserne proprio sprovvisti.
Ore 21.45 di un giorno qualunque. Finito il mio consueto bucato ospedaliero, dopo breve ma intensa ronfata sull’apposita seggiolina di plastica della lavanderia a gettoni, faccio un salto alla botteguccia ‘vecchio stile’ – e gestita da pakistani, come quasi tutto ormai qui a Bologna – e mi concedo il brivido di comprare carta igienica e Tegolini a quest’ora inconsueta. Rientrando a casa, in via Senzanome, da una finestra esce una ‘R’ dalla musica inconfondibile: no, dai, Guccini. Mi fermo. Ascolto. E’ troppo. E’ scorretto. Mi cadono i Tegolini in terra, da quanto mi scuote questa perfezione casuale. Cara la mia Bologna, questo si chiama giocare sporco. Se continui così, io non ti posso lasciare più. Più.
Forse una città diventa un po’ più ‘tua’ quando, appena comprato il giornale, salti subito alla cronaca locale.
Qui, l’Unità, ha tutto un altro sapore. Quello giusto.
La trovi per strada, spaginata e attaccata con le puntine alle fermate degli autobus, o avvolta alle colonne dei portici. Qui la cultura la ‘senti’, anche nel vicolo più malfamato e deserto. Qui la cultura si attacca ai muri, letteralmente, scende sui marciapiedi, senza timore di sporcarsi le scarpe nuove, alla berlina di ogni sguardo. Qui a Bologna, la cultura non se la tira. E’ una vera Signora.
Forse una città diventa ‘tua’ quando – 5 novembre, ore 12.45 – per la prima volta dai un’informazione su una via (giusta) ad uno sprovveduto passante. E ti senti come se ti avessero appena concesso la cittadinanza onoraria.
Forse una città diventa un po’ più ‘tua’ quando spulci tra gli annunci immobiliari su uno di quei giornalini gratuiti che trovi per strada, e trovi una mansardina in via Nosadella, e te ne innamori perdutamente, come se solo quella potesse d’ora in poi essere ‘casa’, e ogni altro luogo, solo un ripiego inevitabile.
La soglia d’allarme ormai è ampiamente sorpassata, inutile rallentare. Discesa libera. Domani si parte.
Finalmente riesco a vederla, la chiesa di S.Francesco. Entrateci sottovoce, meglio se in un tardo pomeriggio d’autunno come questo, con intorno una città già assonnata e avvolta da una pioggerellina fine che non si capisce se sia nebbia o cosa. Entrateci soli e infreddoliti, meglio se anche un po’ nel cuore. Entrateci quando le ombre dei candelieri gotici appesi al soffitto si intrecciano, sul muro spoglio dell’abside, con quelle delle figurine di marmo intagliate dell’immensa pala d’altare (un capolavoro di cinque metri d’altezza, la classica opera che incute un timore reverenziale, che impone il silenzio). Infilatevi nel deambulatorio dietro l’altare, seguite il mutare d’intreccio di quelle ombre, rincorretele da ogni angolazione, lasciatevi spaventare dalle canne d’organo che appaiono d’improvviso, col loro bagliore, in tutto quel buio impregnato di mistero e di irrazionalità. E’ probabile che vi raggiunga il suono di una preghiera più forte delle altre: perché questa è ancora una chiesa dove si prega, si soffre, ci si confessa. E’ una chiesa ‘viva’, non da turisti. E io li guardo, questi uomini e donne uguali a me, come se venissero da un altro pianeta. Ci separa la fiducia in qualcosa che non c’è, il diverso modo di affrontare la paura di esistere. Eppure, qua dietro, con gli occhi infagottati dalla penombra, per un attimo dimentico la ragione, il giusto e lo sbagliato, e penso che è qui, tra queste ombre lunghe, che dio ancora si rifugia, di tanto in tanto. E’ un brivido appena, che si scioglie al riapparire della luce, con la sua logica implacabile.
Di nuovo domenica. Piove. Giorno di partenza. Esco a comprarmi l’ultima Unità, la sfoglio distrattamente mentre con la coda dell’occhio mi guardo intorno, di nascosto, come si guarda un uomo che riparte dopo aver fatto l’amore con te, di soppiatto, perché non si accorga che sei mortalmente triste, che vorresti allungare la mano come dire ‘resta qui’. Mi fermo ad un distributore automatico di sigarette, non ho spiccioli, va bè prendo due pacchetti. Tanto ora smetto. Tanto ora si torna a casa. Tanto ora sarà di nuovo realtà. E la mia giostra infinita di buoni propositi.
Ciao Bologna. Tanto lo so, che non sarai mai più bella come ti vedo adesso. E neanche io. Certo che tornerò. Ma lo sappiamo bene tutte e due che questo è, ufficialmente, un addio.
Una volta di più, ho scoperto il prezzo della felicità.
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