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16 October Pisa, o dell'InnocenzaL’occasione (la scusa buona) è stato un piccolo festival di editoria indipendente, per concedere un po’ di attenzione alla mia regione, che solitamente invece salto a piè pari, nascondendomi dietro un vago ‘tanto c’è sempre tempo per’. Sarà perché in Toscana ci detestiamo cordialmente tra ‘vicini di casa’, chiusi ognuno nei rispettivi campanili, folkloristicamente addobbati di malignità sottile e sarcasmo, col nostro umorismo pesante e sfacciato, mai totalmente in buona fede (e l’intolleranza tra fiorentini e pisani è proverbiale, tra tutte). Sarà perché nei miei piccoli vagabondaggi non cerco solo paesaggi nuovi, o diversi stili architettonici ed opere d’arte: soprattutto, cerco mentalità diverse, sguardi e gesti che non conosco e che per questo hanno ancora il potere di spiazzarmi. E la meraviglia, si sa, può nascere solo da questo spaesamento. Una piccola sfida: vediamo se ci riesco anche qui, a soli 80 chilometri da casa. L’idea di partenza è quella di snobbare Campo dei Miracoli: niente Torre Pendente, quindi. Questa risoluzione mi gonfia d’orgoglio, lì per lì, tutta gongolante all’idea di ribellarmi al mio essere pecorella ben addestrata che inevitabilmente seguirà solchi profondi e finirà col naso in su. Mi incammino, forte di questo mio sussulto turisticamente anarchico. Dopo una possente colazione in un piccolo bar impegnato in chiacchiere calcistiche (con annessa tragedia sfiorata: disastrosa spolverata di zucchero a velo appiccicosissimo sulla mia D50…Grande prova di self-control: dietro il mio ‘Accidempolina!’ si nascondeva una serie di improperi tali che anche il proverbiale ‘scaricatore di porto’ avvrebbe abbassato gli occhi, arrossendo), eccolo, il mio fiume. ‘Mio’? L’Arno, qui, proprio non lo riconosco. Non è lui. Una strisciata marrone, distratta, nel mezzo a una città, niente di più: niente isolotti, niente lontre e aironi cinerini, niente colonie di germani reali e tartarughine d’acqua abbandonate, niente personalità, insomma. Banchine di cemento grigio, senza arte né parte, al massimo qualche gabbiano vagabondo. Mi sporgo, e glielo chiedo: ‘che hai?’. Crisi d’identità. Già, come ho fatto a non pensarci. Troppo lontano dall’inizio, troppo poco vicino alla fine, confuso, confida nel suo stesso scorrere sprovveduto e incosciente, confortato dalla certezza che “poi il resto viene sempre da sé” (e se lo dice De André, c’è da fidarsi), quindi inutile affannarsi, inutile scansare un provvidenziale fatalismo: si abbandona a se stesso, senza sapere di preciso chi è: tanto, da qualche parte prima o poi si arriva di sicuro. Un mare dentro cui sfociare ce l’abbiamo tutti, inutile sforzarsi di immaginarlo prima del tempo. Meglio rilassarsi. Quanto lo capisco, il mio fiume. Adesso sì che lo riconosco. Quasi per caso mi imbatto nell’affresco di Keith Haring, dipinto due anni prima che morisse di aids: un bisogno disperato di colore, di forme definite e definibili, della certezza di quei contorni spessi e neri. Ci scambiamo un saluto di cortesia, come succede quando ci sarebbe troppo da dire, e per comodità e pigrizia non si dice niente.
In Piazza dei Cavalieri, butto un’occhiata enfaticamente disinteressata alla facciata ricoperta di graffiti bianchi e neri della Scuola Normale: tutta quell’intelligenza concentrata, compressa, ostentata, in una parola: antipatica! L’istinto sarebbe quello di sfoderare una linguaccia da competizione in faccia a chiunque scenda da quella scala. Poi invece mantengo il contegno, mi torna in mente che ho 26 anni e non 5, e dantescamente ‘guardo e passo’, dall’alto del mio mediocre QI. Poi, finalmente si ragiona: un quartierino interno, annodato su se stesso, con banchi di frutta e odore forte di pesce nei vicoli più stretti, annaffiati di acqua e detersivo. La salsedine arriva fino a qui, affamata di intonaco e colori. Se chiudi gli occhi, sei già al mare. L’Orto Botanico, piccolo o grande che sia lui e la città che lo ospita, è una tappa a cui non rinuncio quasi mai: mi piace quell’atmosfera ovattata, i rumori del ‘fuori’ che arrivano appena, quell’essere uguale a se stesso in tutto il mondo, con le solite promesse da mantenere. Entro a lusingare l’autunno, eleggendolo per l’occasione mia stagione preferita: mi ricompensa con un Sole tiepido e innumerevoli variazioni sul tema del giallo e del rosso, un turista che si divora un panino con frittata accanto a me su una panchina in ombra, e il giardiniere che cammina lento tra i vialetti tra tutti quegli innumerevoli vasini, lasciando cadere dall’annaffiatoio piccole gocce di beatitudine assoluta, che meticolosamente raccolgo tra le mani, prima che la terra se le riprenda. E d’improvviso, eccola: la Torre. Possibile?! Vuoi vedere che sono più inconsciamente addomesticata di quanto credo? Ma già che siamo qui, concediamole il beneficio del dubbio. Ed ecco che comincia, la magia. Una città pressoché deserta, qui si riempie di attempati esseri umani che barattano ogni parvenza di cosiddetta ‘dignità’ pur di mettersi in quella posa buffa che nella foto poi farà sembrare lo scampato pericolo del crollo tutto merito loro. Sorrido all’idea che, considerate le mie ormai proverbiali inquadrature storte, la Torre è il mio soggetto ideale, e certamente la raddrizzerò al primo click. Mi viene in mente una canzoncina scema, ‘Evviva la torre di Pisa che pende che pende e mai casca giù….’, la canticchio a bassa voce, e mentre penso che la cosa si sta facendo preoccupante, contro ogni proposito mi ritrovo naso in aria. E’ fatta: sono parte integrante di quell’accozzaglia colorata che mi ero proposta di analizzare con occhio critico e ‘superiore’. Niente da fare, la regressione infantile è completa, e ci sguazzo dentro completamente a mio agio. Questo prato verde all’ombra di una torre mal costruita, ha una capacità non comune: è un rivelatore di Innocenza. Tutti con la faccia da scemi, ci si guarda e ci si sorride in una lingua universale, complici in quell’attimo di stupore gratuito. Dentro al Battistero, con la sua architettura severa e quei raggi da Giudizio Universale che filtrano dall’alto, un gruppo di turisti si improvvisa cantante, in attesa di quel piccolo miracolo a buon mercato che è l’eco; dall’esterno arriva la voce indispettita di una guida: ‘Silenzio!!!’, come se dentro ci fosse una classe dell’asilo in gita da rimettere in riga; invece, l’età media di questi bambini è di circa 50 anni. Quelli in coda per salire sulla Torre hanno gli occhi emozionati di chi sta per provare un nuovo ottovolante, e una volta in cima si sbracciano per salutare indistintamente il mondo, laggiù, perché stavolta tocca a lui essere storto. Lascio la piazza con una strana sensazione. Con il pensiero vago che l’Innocenza c’è, ancora, e tanta. Questa piazza ne è una prova inconfutabile. Forse basterebbe smettere di utilizzarla come concime per il nostro ristretto orticello, e spargerla un po’ anche fuori di noi, tra la gente, nei rapporti di ogni giorno. Non sembra così impossibile, a pensarci: ma forse, chissà, sono ancora sotto l’influenza della Torre.
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