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9월 18일 Modena filosofica
Una terra che è carnalità pura, e piacere esuberantemente materiale, per tre giorni si lascia pazientemente sommergere dal pensiero astratto, dalla speculazione filosofica su vita morte e quello che ci sta in mezzo. E lo fa con quella disarmante leggerezza stupenda che le è propria. Proprio questa sostanziale incompatibilità rende tutto semplicemente perfetto. Un festival del genere fatto, per esempio, a Firenze, sarebbe una palla colossale: ci prenderemmo troppo sul serio. Qua se parliamo di morte poi prendiamo quell’aria scazzata da intellettuali maledetti. In Emilia invece ci si beve su, ci si mangia su, ci si ride su, ci si scopa su. Insomma, ci se ne frega. Che spettacolo oh.
E poi e poi e poi…. il “solito” misericordioso corredo di sensazioni che ti entrano sotto pelle e ti cambiano. Impercettibilmente magari, ma che ti fanno tornare a casa sempre diversa. Il mio pellegrinaggio sfigato sui vecchi trenini che collegano i paeselli emiliani, che arrancano anche in discesa e di tanto in tanto si fermano nel mezzo ai campi, e ti accorgi che è una stazione solo perché dal finestrino scorgi qualche passeggero che si catapulta giù dal treno e si perde nel verde, presumibilmente in direzione casa. I passaggi a livello che ancora hanno la campanella che fa un casino della madonna (qui in Toscana mica ce li abbiamo più…). L’amore per le stazioni che si fa sempre più dispotico, più intransigente: da quelle minuscole e “fantasma”, appunto, a quelle caotiche delle grandi città, a quelle “grassocce” e un po’ rozze di provincia, tutte mi sembrano dei capolavori, ogni angolo, ogni viso, ogni suono e odore. Il giornalaio scorbutico, la barista con un’esuberanza “da balera” che tra un caffè e un succo risponde a tono alle battute sconce e dolci insieme degli habituée, che già alle 9 di mattina ci van giù di Montenegro; il nonno che porta il nipotino a veder passare i treni e intanto gli spiega in un emiliano che mi scioglie completamente perché i cadetti dell’Accademia debbano venire a prendere il treno vestiti “in maschera”.
Forse perché se sei in stazione, in realtà “non sei”. Stai “andando”, o “tornando”: comunque sia, godi dell’immunità della “transizione”. Una transizione lenta e ondeggiante, che ti regala un torpore inconsapevole. E puoi illuderti di essere un “signor nessuno”, un occhio che guarda la vita che ha intorno,che scruta le ombre, che non importa dov’è stato prima, e non importa dove andrà poi. Sarà perché in stazione mi dimentico chi sono, e le cazzate che ho fatto, e non penso a quelle che sicuramente farò. Fattostà che sempre più lo riconosco come mio habitat naturale. Unico dilemma: ma perché cazzo le stazioni in Emilia non hanno le panchine fuoriiiiiiiii??????? Oh, è una roba che io proprio non me la so spiegare!
E Angela. Angela che viaggia da sola, anche lei. 35 anni, ballerina, professoressa di italiano in un liceo, una tipa stranissima, la mia compagna di stanza per la prima notte d’ostello. Tutta la notte a raccontarci la vita. Tutta la notte a meravigliarci di quante cose avevamo in comune, soprattutto in fatto di “uomini”: tutte e due a rimbalzare tra esperienze sempre diverse, sempre “al limite”, mai del tutto vissute. Tutte e due stanche da morire di sentirsi ripetere “ho paura di starci male” o “tu tieni a questa cosa più di me, quindi stop, fermiamoci qui”; stanche di veder scappare gli uomini non appena ci proviamo a dimostrargli un po’ di entusiasmo, o di voglia di rivederli. Tutte e due un po’ matte, forse appena un po’ troppo “libere”, che ci sforziamo di comprendere l’incomprensibile di un uomo che magari sparisce, senza neanche prendersi la briga di guardarti in faccia per dirti “è finita”…tutte e due con una nostalgia colpevole di tornare ad essere, prima o poi, importanti per qualcuno, stanche di essere lune marginali e intercambiabili, sempre. Tutte e due stupende, quella notte. Sole, ma davvero, stupende. Questo succede, quando si impara a brillare di luce propria. Il Sole non è più indispensabile. Può mancarti di tanto in tanto il suo calore sul corpo. Ma la luce che serve, quella ce l’hai dentro, e niente potrà portarla via. Poi come ogni volta, subito dopo la “lavatrice del ritorno”, mi ritrovo seduta sul letto, mani in mano e sguardo nel vuoto, spaesata proprio perché di nuovo “a casa”, di nuovo “ferma”, di nuovo prigioniera nell’abitudine di essere me stessa, a pensare: “Mh. E ora?...”
….E ora? 댓글 (7개)
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