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9月7日 SOUVENIRS DE VOYAGE (Sarzana&CinqueTerre)
Ibrahim, da 20 anni in Italia. Mi racconta del Marocco, e di quando ha lavorato come falegname nei cantieri di Santa Croce, a Firenze. Poi ha smesso, invecchiava e il lavoro si faceva troppo faticoso. Mi mostra una sua fototessera e mi fa notare la somiglianza con le foto di Saddam appena catturato (effettivamente, due gocce d’acqua). Fumiamo una sigaretta insieme nei giardini pubblici accanto alla stazione di Sarzana, mentre lui dà da mangiare ai piccioni. Adesso lì lui è un po’ il “capo” della comunità marocchina di lì: “Li tengo d’occhio”, dice. Quando mi saluta, accenna ad un gruppetto di giovani marocchini poco lontano e mi fa: “Bella, se ti dovessero dare fastidio, vienimi a cercare”. E mi strizza l’occhio. Buona fortuna, Ibrahim.
Le camminata interminabile attraverso le Cinque Terre, con le scarpe da ginnastica in mano, la maglietta appallottolata nello zaino e i jeans appiccicati alle gambe. Mai camminato così tanto sotto il Sole. Mai patito un caldo del genere. Ma mai sentita così libera. Tornare a “casa” la sera, distrutta, era una sensazione meravigliosa. Anche nei momenti in cui arrancavo di più, mi sorprendevo a chiedermi, con un misto di stupore e euforia da carenza di ossigeno: “Oh, ma vuoi vedere che è questa la felicità?” : camminare con in mente solo luce e mare, stancarsi. Andare avanti. Senza dover rendere conto a nessuno. E vaffanculo. Senza dubbio, è una delle felicità possibili.
Nella spianata desolatissima e assolata delle rovine romane di Luni, in aperta campagna, il senso di libertà assoluta si faceva quasi una specie di vertigine che toglieva il respiro, come un bacio lungo e inaspettato. Per un attimo – un attimo appena – si è fatta quasi sensazione di Abbandono. Abbandono completo. Con il mio succo ACE comprato al discount e due kinder fetta al latte tutte sciolte nello zaino, mi sono guardata intorno, ho abbracciato tutto quel Sole e quei sassi antichi, e mi sono chiesta: Ma io, che cazzo ci faccio qui? (sensazione tosta, ma decisamente da provare ;-)
Walter e Gioia. Innamorati dei viaggi, dell’Africa, del deserto, della sabbia. Con il piacere sincero dell’ospitalità nel sangue. Walter mi ha voluto a tutti i costi accompagnare alla stazione di La Spezia, per farmi fare un giro panoramicissimo sul Golfo dei Poeti. Per una stradina di montagna, ogni volta si fermava in mezzo di strada sotto curva pur di farmi ammirare uno scorcio da rimanerci a bocca aperta. Poi mandava candidamente a ‘fanculo le macchine che arrivavano e ci inveivano (giustamente) contro. Una persona d’oro. La loro nipotina Nicole, una romagnola pestifera di 4 anni e mezzo. Una mattina ho fatto colazione con lei e, appena scesa, mi saluta con un : “Che carina che sei!”: il complimento più sincero, spassionato, disinteressato e dolce che abbia mai ricevuto. Poi subito dopo: “Ma tuo marito dov’è?”…eheheh….mi ha fatto morire dal ridere….ma soprattutto le due nonne, che subito si sono sentite in dovere di rimediare a quella che probabilmente consideravano una domanda ASSAI sconveniente!!!
Una serata inaspettatamente dolce e sabbiosa con un amico che non vedevo da quasi due anni.
Raffaele La Capria (lo scrittore) che parla, nel piccolo Teatro degli Impavidi di Sarzana, della vecchia casa di tufo a strapiombo sul mare in cui viveva da piccolo, addormentandosi al rumore delle onde. Di come i muri si sbriciolassero un po’ ogni volta che li accarezzavi, della felicità che si porta sempre dietro un’ombra misteriosa, di odore di alghe e ricordi, dell’importanza del mistero. Poi cita una frase di San Gregorio: “I concetti creano le ideologie. SOLO LO STUPORE CONOSCE".
Camminare per le stradine secondarie di una cittadina di provincia come Sarzana, verso l’ora di cena: lasciarsi docilmente portare dai rumori semplici di posate e piatti, la tv in sottofondo, le chiacchiere intorno alla tavolo. E io sola, nel buio, per strada, che mi prendo questi piccoli pezzetti di vite estranee e me li stringo intorno. Viaggiare da soli ha (anche) questo di bello: la meraviglia, l’emozione, costrette a rimanerti dentro, a “non essere dette”, ritornano come una specie di rimbombo gentile, si moltiplicano, continuano a rimbalzarti dentro, ti lasciano più lentamente, e allora hai davvero tutto il tempo per viverle, fino in fondo.
Sabato 3 settembre, ore 21 in punto. Stanchissima, seduta su una panchina in una piazza di Sarzana, con in mano il mio yoghurt gelato tutto ricoperto di nutella calda. Ho intorno un mondo fatto di “coppie”. Ne prendo atto. Arriva sempre, il momento in cui mi sento banalmente sola. Mi guardo intorno e penso “boh, chissà chi ha ragione”. Mi lascio sommergere piano dalla malinconia, remissiva, ben sapendo che anche questo, come ogni altro, è un momento che vale la pena vivere senza chiudere gli occhi.
Scoprire per caso un mercatino domenicale pieno di colori, di casino, di gente. L’odore del croccante che si spande un po’ ovunque in giro. Compro un cappellino peruviano, poi mi faccio tentare da un banco di dolcetti siciliani alla pasta di mandorle. E mi aggiro con l’aria sognante di chi intuisce che quel momento sfiora la perfezione.
Risalire in treno per tornarsene a casa, con tutte le sensazione vissute ancora fresche appiccicate un po’ ovunque, e quelle del prossimo vagabondaggio già in fila che sgomitano per essere immaginate per prime.
(x le immagini, rimando all'album)
Baci.
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